"Hai la faccia della vendemmia": il senso dello sporcarsi le mani
Questa mattina sono passata a comperare il giornale, come sempre, prima di venire al lavoro a Cornale.
Sul bancone della cartoleria-edicola del nostro paese (1800 anime) è comparso un espositore: gel lavamani igienizzante.
Ci andavano un’influenza e Topo Gigio per creare una nuova moda-fobia e per favorire qualche vendita (se tutto serve per far salire il Pil, è pur vero che molto serve a far scendere il livello di spirito critico).
Così mi sono ricordata di un dialogo avuto due giorni fa.
Ero in visita all’azienda agricola di Gianfranco Torelli. Parlando del lavoro in vigna e in cantina, ci dicevamo dell’incapacità ormai diffusa di gestire il lavoro con le mani, della paura di toccare le cose e la terra, del fastidio nel sopportare le mani sporche di lavoro, della difficoltà di vivere serenamente il lavoro fisico.
Mi diceva Gianfranco che quando vanno le scolaresche di bambini a “vendemmiare” nelle sue vigne, dopo aver staccato due grappoli sono impacciati perché hanno “le mani sporche”. Ricordava Gianfranco che a lui, bambino, quando tornava dalla vendemmia, i grandi dicevano “t’lei el mur d’la vendemmia” (hai la faccia della vendemmia) perché tutto il suo viso era impiastricciato del liquido zuccherino di chi aveva mangiato l’uva con le mani sporche e attaccaticce, come si hanno in vendemmia.
Se lavarsi le mani è buona prassi, tornare a “sporcarsele” lavorando nei campi, in cucina, nei magazzini, al cucito, potrebbe rappresentare un’importante riappropriazione del nostro essere corpo in un contesto di terra, aria e acqua.
Potrebbe essere lavoro che stimola l’intelligenza e la sensibilità anche per i bambini, fin dalla più tenera età.
Potrebbe essere sensibilità che attraverso i polpastrelli, tiene attivi e desti la ragione e le capacità motorie di tanti anziani.
E poi, finito il lavoro, una bella lavata di mani, con l’acqua, bene comune da proteggere e da godere.
Commenti
"Ma che bello!"