Figli dei cavoli e dei sedani

Data: 
21 October, 2009

Nella mia azienda non riesco a guadagnare come in un'azienda grande dove ci lavorano molte persone e di conseguenza cerco di risparmiare sui costi della semina.
Avendo molta disponibilità di terreno, dopo aver raccolto i cavoli, oppure i finocchi, posso lasciare nel terreno la radice di queste piante; se il tempo e la temperatura lo permettono, cavoli e finocchi generano naturalmente dei "figli", che possono essere gustosi anche più del primo ortaggio prodotto dalla stessa pianta madre. Anche i cavolfiori lo fanno, ma ci deve essere una combinazione molto favorevole di acqua, temperatura e sole. Adesso, ad esempio, sto mettendo nelle spese di AgrioSpesa i "figli" dei sedani, quelli che in piemontese chiamiamo "arböt". A volte faccio lo stesso con il cavolo nero.

Un altro sistema che ho adottato per risparmiare, se non ho bisogno di impegnare il terreno, dopo aver raccolto il prezzemolo o le costine, lascio che queste piante ricrescano e le lascio "andare in seme".
Lascio quindi che il seme germogli, poi zappo il terreno con la vangatrice oppure lo freso. Con questa tecnica, grazie al seme che è caduto sul terreno, l'anno successivo raccolgo lo stesso ortaggio che avevo seminato e già raccolto l'anno prima. Non è che ottenga grandi incassi aggiuntivi, ma ciò che ricavo vendendo quel prodotto è qualcosa in più nell'economia della mia azienda. Allo stesso modo risparmio un po' rispetto a chi trapianta l'insalata con la piantina; io tendo a seminarla perché costa meno, anche se devo lavorarci un po' di più.

Ho due aiutanti: mia zia Carla (anni 77 al 21 di dicembre) e mia mamma Rosemma. Mia mamma si occupa di pulire le verdure dalla terra per poterle poi confezionare, prepara i mazzetti come ad esempio quelli di prezzemolo. Zia Carla toglie l'erba nel campo, tra le file delle piantine, pulisce le cipolle, fa i sacchettini di verdure per AgriSpesa. Inoltre è una grande conoscitrice del ciclo dell'aglio: non so come farei se lei non ci fosse.
L'aglio, per tradizione, si raccoglie in un momento ben preciso dell'anno: si dice che all'aglio bisogna lasciare prendere la rugiada di S. Giovanni, dopo il 24 di giugno. Se lo raccogli una settimana dopo il gambo diventa debole e non si possono più fare i mazzi (il gambo secco, ben stagionato è la garanzia della buona possibilità di conservazione dell'aglio); invece se lo raccogli troppo presto potrebbe marcire. Dopo la raccolta stendiamo tutto l'aglio in modo che il gambo copra la testa (la testa deve essere ben coperta affinché non venga blu (essendo la testa verde, il sole la farebbe diventare blu); dopo qualche giorno si gira dall'altra parte e si lascia prendere un pochino di sole alla testa che ormai è seccata.

Fino a qualche anno fa passavamo le teste sulle balle di paglia, perché diventassero più bianche (si diceva che se le donne non pulivano l'aglio al mese di luglio al sole, l'aglio non sarebbe stato buono e sano, perché doveva prendere sole in ogni momento). Oggi si passa testa per testa e si pulisce con un coltellino. Mia mamma, lei si occupa di fare i mazzi. Poi lega tra loro due mazzi e li mette in un luogo arieggiato a cavallo di due "brope" (pali) di legno all'ombra fino all'autunno. Non avendo dato nessuna medicina antigermoglio, l'aglio può dare germogli: l'aglio che non germoglia è stato trattato.

C'è un' operazione nella quale, invece, non risparmio: semino le piantine a file, in modo da passare con la fresetta; se non facessi così, potrei seminare le piantine più fitte, ma dovrei usare dei diserbanti, io invece occupo più terreno, ma sono più contenta.
Tengo viva un'azienda che ha lo scopo di non far pesare economicamente me, mia zia e mia mamma sull'economia familiare. Il proverbio dice "l'orto vuole l'uomo morto",ma io, che porto avanti da sola la mia azienda, aggiungo "e anche la donna".

Ferdinanda Cravanzola 

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